150 anni di vergogna

Sì avvicina il giorno del 150° anniversario dell’unità d’Italia, avvenuta formalmente il 17 marzo 1861 con la dichiarazione del Regno. Un evento, quello dell’unità nazionale, storico, epocale, gravido di conseguenze. E scandaloso.

Con questo articolo non intendo assolutamente realizzare un saggio revisionista su tale evento storico, innanzitutto perché sarebbe un’impresa assurda farlo in pochi minuti e in poche righe, e poi perché non sono uno storico e non ho le competenze per farlo. Intendo solo riportare all’attenzione di chi legge alcuni fatti forse poco noti (perché poco menzionati) che hanno contraddistinto il Risorgimento italiano, eventi che non vengono mai riportati nei discorsi pomposi e ricchi di retorica di chi partecipa ad eventi celebrativi perché ritenuti scomodi o, forse, poco dignitosi (come del resto è). Tutto questo, al fine di fornire spunti per eventuali approfondimenti. Segnalo comunque che tutte (o quasi) le fonti consultate per la stesura di questo articolo sono riportate alla fine dello stesso, e non all’interno.

L’unità d’Italia non è stato un evento eroico. Garibaldi, Bixio, Cavour, Vittorio Emanuele e tutti gli altri personaggi del Risorgimento italiano non erano affatto coraggiosi paladini della nostra nazione, ma solo astuti calcolatori. Garibaldi in particolare viene spesso dipinto come un “eroe romantico”, come il poeta inglese Byron che decise di combattere per l’indipendenza della Grecia, decisione che lo porterà poi alla morte in battaglia. Tuttavia, l’impresa di Garibaldi non fu affatto “romantica”, “eroica”, contro tutto e tutti, ma venne organizzata e congeniata all’interno di un preciso quadro di intese politiche e non solo.

Garibaldi è celebrato come “l’eroe dei due mondi”, nonché come uno dei padri della nazione italiana. La storia sembrerebbe confermarlo, essendo stata la sua “spedizione dei Mille” quella che, di fatto, ha portato alla liberazione del Sud Italia dalla dominazione degli Spagnoli, ma quello che è interessante è analizzare le modalità con cui tali eventi bellici siano stati portati avanti.

Credere che Garibaldi possa aver sconfitto l’esercito borbonico, fatto di truppe regolari ben organizzate, partendo con uno stuolo di studenti, carbonari e borghesi medio-piccoli è una convinzione assolutamente balzana. Se con i suoi “Mille” Garibaldi fosse stato davvero in grado, forte solo del valore suo e dei suoi soldati, di portare a termine una così ardua impresa, allora ci sarebbe da chiedersi come mai il tentativo di Carlo Pisacane e dei suoi “Trecento”, compiuto appena qualche anno prima, fosse fallito così miseramente. Certamente aveva “Settecento” soldati in meno, ma questo significa solo che Garibaldi, a differenza di Pisacane, avrebbe dovuto resistere solo un po’ di tempo in più prima di soccombere a sua volta, e invece no: egli riesce nella sua impresa.

Il fallimento di Pisacane è da ascrivere innanzitutto al mancato appoggio, da parte della popolazione, alla sua impresa, appoggio che invece non mancò ai “Mille” di Garibaldi. L’appoggio di una buona parte della popolazione al Nizzardo fu dovuto principalmente alla sete di giustizia sociale delle genti che abitavano la Sicilia, alla loro volontà di riscatto dal vecchio sistema dei latifondi che ancora perdurava e al desiderio che avevano di condizioni di vita più agiate. Di certo non c’era alcuno spirito nazionalistico nei Siciliani così come nella stragrande maggioranza degli Italiani, semplicemente valeva da sempre l’aurea regola riassumibile nel celebre motto “Franza o Spagna purché se magna”. Garibaldi rappresentò, da questo punto di vista, una grande speranza per quella gente, speranza che sarà però delusa di lì a poco.

Oltre alla popolazione, è ben noto che un aiuto sostanzioso ai Mille venne fornito dai picciotti mafiosi, manovalanza criminale che già all’epoca in Sicilia aveva cominciato a dilagare, sebbene ancora non esistesse quella che è la mafia di oggi, ossia una potente organizzazione a delinquere con una rigida struttura gerarchica, fortemente radicata nel territorio e con rapporti capillari con il mondo della politica e con gli altri Paesi. I picciotti mafiosi si schierarono subito con Garibaldi, grazie anche alla mediazione della massoneria siciliana, e lo supportarono con i loro armamenti e con la loro conoscenza del territorio.

L’impresa dei Mille, la “leggendaria” impresa dei Mille, aveva però un supporto di importanza decisamente superiore e determinante: l’Inghilterra. Gli Inglesi erano interessati a combattere la Spagna non soltanto perché questa disponeva di una potente flotta che rivaleggiava con la marina inglese, ma anche perché il Regno delle Due Sicilie era un fedele alleato della Russia, da sempre in cerca di uno sbocco sul mare, e questo all’impero britannico non poteva che dispiacere.

L’interesse degli Inglesi nella liberazione del Sud Italia fu dunque decisivo nella riuscita dell’impresa, e la ragion politica di Garibaldi, preoccupato di mantenere con i suoi alleati d’oltremare dei sani rapporti (pena il fallimento sicuro della sua spedizione), si fece sentire in tutto il suo peso assolutamente poco “romantico” ed “idealistico” quando nell’agosto del 1860, quasi 150 anni fa, ordinò al luogotenente Nino Bixio di sedare nel sangue una rivolta a Bronte, presso Catania.

Cosa aveva scatenato la rivolta e perché Garibaldi avrebbe dovuto volerne la repressione in nome degli Inglesi? A Bronte alcuni popolani (con l’appoggio anche di alcuni briganti) erano insorti contro il sistema del latifondo che ancora perdurava, e avevano appiccato incendi uccidendo 16 persone tra nobili, ufficiali e civili; il loro spirito ribelle era divampato anche per le false promesse di Garibaldi, che si presentava in Sicilia come giustiziere e come paladino del popolo. La risposta del “prode generale”, tuttavia, fu esattamente opposta a quella attesa, come si è detto sopra. I suoi presunti ideali romantici e rivoluzionari, infatti, dovettero piegarsi di fronte all’opportunismo politico: Bronte era infatti una Ducea inglese, venne assegnata all’ammiraglio Horatio Nelson nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie; permettere ai rivoltosi di creare disordini a Bronte, eliminando la classe dirigente, sarebbe stato un voltafaccia troppo duro da parte dei garibaldini agli alleati Inglesi, quindi i leggendari “Mille” decisero di soffocare per un attimo il loro spirito romantico e, facendo prevalere la ragione politica, sedarono la rivolta e fucilarono 5 persone dopo un processo-farsa.

La vergogna di Bronte fu solo uno degli episodi scandalosi dell’ “eroica impresa”. Sì è già accennato al supporto della malavita mafiosa, ma non solo: anche i briganti vennero sfruttati come manovalanza militare con promesse di amnistie, perdono e giustizia sociale, promesse ovviamente mai mantenute. Il caso più famoso è forse quello del brigante Carmine Crocco che, dopo aver combattuto a fianco di Garibaldi, illuso dalle sue parole, si vide negare la grazia che gli era stata promessa e fu arrestato, passando poi per vendetta a servire Francesco II di Spagna contro i Mille. Si tratta chiaramente solo di uno dei casi simili, che dimostrano ulteriormente quanto subdola e machiavellica sia stata la condotta dei Mille nel Sud Italia; da segnalare inoltre che l’Illuminato governo italiano post-unitario, dopo essersi servito dei briganti meridionali per scopi militari, iniziò una dura campagna di repressione del brigantaggio, arrivando ad uccidere migliaia di morti di fame che avevano riposto nei furti e nelle rapine la loro unica speranza di sopravvivenza, a causa di un governo criminale che, dopo aver espropriato il Sud Italia di tutte le sue ricchezze (per risanare i debiti degli stati del nord), non volle assolutamente iniziare una politica seria di recupero del Mezzogiorno, dando origine fondamentalmente a quella che è ormai nota da un secolo e mezzo come “Questione Meridionale”, ma su questo punto ritorneremo dopo.
Da segnalare, comunque, che la repressione contro i briganti fu tale (addirittura la Legge Pica, rimasta in vigore dal 15 agosto 1863 al 31 dicembre 1865, prevedeva la Corte Marziale contro di loro) che alcuni storici convengono nel dire che in Italia abbia causato più morti la lotta al brigantaggio che tutte le battaglie del Risorgimento italiano messe insieme.

La mafia appoggiò l’impresa dei Mille; gli Inglesi erano i manovratori principali e la loro influenza era superiore a qualsiasi ideale romantico-rivoluzionario; i briganti sostennero la spedizione ingannati da false promesse; basta? No. Il 7 settembre del 1860 Garibaldi entra finalmente a Napoli e non si fa pregare per mettere a capo del governo provvisorio, dopo aver cacciato i reali di Spagna, tale Liborio Romano, noto voltagabbana (era stato ministro sotto Francesco II e ora appoggiava i garibaldini) nonché camorrista. E da allora, è nota a tutta l’influenza sempre crescente che la camorra ha avuto prima su Napoli, poi sulla Campania e poi sull’Italia intera; tutto grazie all’illuminata politica di Garibaldi, l’eroe leggendario.

Come non segnalare poi un’altra eroica impresa del prode generale dopo l’unità del 1861? Dopo l’unità d’Italia e dopo l’annessione del Veneto al territorio nazionale con la Terza Guerra d’Indipendenza, c’era da conquistare ancora Roma. Garibaldi ci provò nel 1867, dimentico forse del fatto che a Roma non c’erano mafiosi, briganti o camorristi da assoldare, che non aveva gli Inglesi a difenderlo e che lo Stato Pontificio era difeso dai Francesi. La sua fu una disfatta senza precedenti: nonostante avesse ben 10000 uomini stavolta, non riuscì ad avere ragione delle truppe pontificie e francesi che lo inseguirono in ritirata e lo rigettarono oltre i confini dello Stato della Chiesa, nel Regno d’Italia. Il governo italiano, machiavellico fin da allora, per salvarsi la faccia con i Francesi sconfessò subito l’operato di Garibaldi e lo fece arrestare e imprigionare nel forte di Varignano (presso La Spezia). Da notare la politica cristallina degli Italiani: prima alleatei dei Francesi contro gli Austriaci nel nord Italia, poi organizzatori di una spedizione “ufficiosa” contro gli stessi Francesi a Roma e poi ancora, per ricucire i rapporti con essi, giudici intransigenti di Garibaldi trattato alla stregua di un criminale.

Il grande valore degli Italiani poi si vide dopo 3 anni da quegli eventi: l’esercito francese era stato completamente distrutto da quello prussiano nella battaglia di Sedan il 2 settembre del 1870. A Roma ormai non c’erano più presidi francesi perché erano stati richiamati in patria contro il potente esercito del cancelliere Otto Von Bismark. Quale migliore occasione per i prodi Italiani? Stavolta non fu Garibaldi a compiere l’eroica impresa, ma il generale Cadorna, che dopo 18 giorni dalla disfatta francese di Sedan (quindi il 20 settembre), riportò una vittoria con la famosa Breccia di Porta Pia, che alcuni storici concordano nel chiamare “Passeggiata di Porta Pia”.

Fu così che si concluse l’unità d’Italia, un evento bellico caratterizzato quindi dal valore militare, dallo spirito di sacrificio, dagli ideali romantici di indipendenza delle nazioni e dall’oculata politica del nascente governo italiano. Questo è quello che dobbiamo credere.

Poi non importa che quei fatti siano stati macchiati di crimini di guerra, di inganni, di false promesse, di intrighi politici (leggendaria anche la figura della contessa di Castiglione, avvenente cugina di Cavour, che avrebbe “convinto” Napoleone III ad aiutare i Piemontesi contro l’Austria), di repressione sanguinolenta e di connivenza con la malavita. Non importa che dopo l’Unità d’Italia il Sud sia stato completamente depredato di tutte le sue ricchezze e gettato in uno stato di arretratezza economica che perdura ancora oggi (chissà perché nel 1861 il nord Italia volle uno stato centralista e non federalista mentre invece oggi gli stessi settentrionali pretendono il federalismo fiscale…), e non importa nemmeno che l’Unità sia stata resa possibile anche grazie all’apporto della mafia e della camorra.

Sarà un caso, ma forse se l’Italia ancora oggi è il quartier generale delle più potenti organizzazioni criminali del pianeta e il teatro di intrighi politici di ogni genere sia a destra che a sinistra ci sono dei motivi storici. E sarà sempre un caso che invece la Germania, fondata dalle truppe di Bismark “col ferro e col sangue” (come disse lo stesso cancelliere), risulti ancora oggi uno dei Paesi d’Europa più all’avanguardia, di certo non logorato da mafia e camorra e senza la stretta connivenza della classe politica con le suddette organizzazioni criminali (nonostante, tra l’altro, sia uscito completamente distrutto da entrambe le guerre mondiali). E’ probabile che la storia in tutto questo c’entri qualcosa, altrimenti bisognerebbe domandarsi come mai ci siano queste sostanziali differenze. Forse se ancora oggi si parla di rapporti stato-mafia la storia ne è responsabile.

Ma tutto questo è poco interessante, certo. E acqua passata. E’ solo storia, che sarà mai?

“La storia è uno scandalo che dura da diecimila anni”

Fonti:
L’Unità d’Italia e l’impresa dei Mille
L’Inghilterra, i Mille e la Russia
Bronte
Strage di Bronte
Carmine Crocco
Repressione del brigantaggio
Liborio Romano
Contessa di Castiglione
Presa di Roma

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~ di thaumazein su 12/07/2010.

Una Risposta to “150 anni di vergogna”

  1. Rigurgimento vergogna all’itagliona.

    Lombardia Libera

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