Il paradosso del Cristianesimo

Ultimamente mi è capitato di leggere il “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire, un saggio di carattere principalmente storico ma anche politico, religioso e filosofico. L’autore, prendendo spunto dall’ingiusta condanna a morte di Jean Calas, accusato dell’omicidio del figlio (che si era in realtà suicidato), analizza la situazione sociale, culturale e politica della Francia del ‘600 e ‘700 (in sostanza, dei secoli immediatamente successivi alla riforma protestante) e critica fortemente l’intolleranza e il fanatismo religiosi che si erano affermati e radicati tanto saldamente nel suo Paese.

Jean Calas, infatti, era stato condannato perché protestante, una condizione non molto gradita dai suoi compaesani cattolici (che costituivano comunque la maggioranza); il presunto omicidio del figlio era dunque solo un pretesto, e il processo-farsa istituito contro di lui, infatti, non tenne in nessun modo conto delle evidenti prove che scagionavano Calas (la sua innocenza venne poi riconosciuta anni dopo a causa del clamore a livello nazionale che suscitò questo caso).

Qui ora non mi interessa riassumere i contenuti del libro, quanto piuttosto riportare un singolare passo dello stesso che, pur non essendo più sconcertante di alcuni altri (come quello in cui si parla del fanatismo cattolico in Irlanda dove si arrivava addittura a sventrare le donne protestanti in cinta, prendendo poi dal loro grembo i figli non ancora formati del tutto e dandoli in pasto ai maiali), ha assunto per me un significato particolare e mi ha meravigliato non poco in quanto riporta una mia vecchia idea di “gioventù” indecorosamente estremista circa il Cristianesimo; non pensavo che qualcuno nel mondo, in passato, avesse avuto la stessa idea e, soprattutto, il coraggio di porla in essere!

Uno degli esempi più singolari di fanatismo è stato quello di una piccola setta in Danimarca, il cui fondamento era il migliore del mondo. Costoro volevano procurare la salute eterna ai loro fratelli; ma le conseguenze che ricavavano da questo principio fondamentale erano singolari.
Sapevano che tutti i bambini che muoiono senza battesimo sono dannati, e quelli che hanno la fortuna di morire subito dopo aver ricevuto il battesimo godono della gloria eterna: andavano quindi sgozzando i bambini e le bambine appena battezzati che incontravano. Era senza dubbio un modo di fare loro il più grande bene possibile: li si preservava dal peccato, dala miseria di questa vita e dall’inferno; li si mandava infallibilmente in cielo.

Ecco l’idea fanatica. L’autore aggiunge poi subito dopo:

Ma queste caritatevoli persone non consideravano che non è permesso fare neppure un piccolo male in vista di un grande bene; che non avevano alcun diritto sulla vita di questi bambini; che la maggior parte dei padri e delle madri è abbastanza materialista da preferire di avere con sé i propri figli e le proprie figlie anziché vederli sgozzare per andare in paradiso; che, in una parola, il magistrato deve punire l’omicidio, anche se commesso con buone intenzioni.

Come dicevo, rimasi strabiliato quando lessi queste parole: era pressappoco la stessa idea insana che mi era venuta alcuni anni fa quando, da “ateo convinto”, mi ero messo in testa di attaccare in qualche modo la religione cristiana. Avevo quindi circa sedici anni quando concepii questo “paradosso”, anche se io lo ponevo in termini leggermente diversi e cioè: “secondo la dottrina cristiana, per la madre e il padre di un bambino non ci può essere atto d’amore maggiore che ammazzare il loro pargolo non appena questi abbia ricevuto il battesimo: giacché i Cristiani pensano che il battesimo sollevi il bambino dal “peccato originale”, allora immediatamente dopo il battesimo il bambino non ha più nessun peccato perché l’unico era appunto quello, ma allora quale migliore occasione per morire e ascendere al cielo senza peccato?”. Ecco quindi che i genitori, uccidendo il loro bambino e commettendo quindi un grave peccato, autodestinandosi alla dannazione eterna, permettevano al figlioletto di andare in paradiso in quanto privo di peccato. In effetti, non fa una grinza il ragionamento! Le obiezioni di Voltaire a quest’idea fanatica, che si leggono nel secondo stralcio riportato, sono ovviamente giuste e condivisibili, ma ciò non toglie che il bambino sarebbe in ogni caso destinato, secondo la dottrina cristiana, alla beatitudine eterna.

Ci tengo a precisare che mai e poi mai mi sarebbe venuta in mente la malsana idea di diffondere un’idea del genere o, peggio, di attuarla io stesso: la mia intenzione era solo quella di mostrare un’apparente contraddizione del Cristianesimo (o forse dovrei dire del Cattolicesimo), onde dimostrarne la fallacità.

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~ di thaumazein su 26/08/2010.

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