Giustizia, anzi vendetta

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di tornare a riflettere sul concetto di giustizia, un tema di cui si è sempre discusso in ogni epoca e in ogni angolo della Terra. Già a partire dagli antichi filosofi greci (ma in realtà anche prima e anche altrove) ci si poneva il problema di cosa fosse giusto o ingiusto e di cosa fosse la giustizia, basti pensare all’indagine filosofica di Socrate. Qui in realtà non intendo discutere della giustizia in senso astratto, o magari della giustizia divina (sebbene qualche accenno potrà capitare), bensì di quella che è la giustizia civile, quella di Stato, secondo la concezione moderna, borghese e “occidentale” della stessa.

E’ noto che, nelle società moderne (in particolare occidentali), l’amministrazione della giustizia sia demandata ad un’apposita istituzione statale, la magistratura. Tale è il valore che si attribuisce alla giustizia che in molti stati moderni (come in Italia) l’istituzione che la garantisce (appunto la magistratura) costituisce un potere separato e indipendente dagli altri: il potere giudiziario, che si affianca a quello esecutivo e legislativo (che, a seconda degli stati, sono esercitati da istituzioni diverse). Non è il momento ora di discutere della situazione della magistratura in Italia che certa politica piduista, in piena coerenza con il Piano di Rinascita Democratica, sta tentando di asservire al potere esecutivo, sebbene poi lo stesso esecutivo affermi che, in realtà, sia la magistratura a farla da padrona; quello che ci interessa ora è analizzare rapidamente in cosa consista questa “giustizia” e se essa sia davvero definibile tale.

La concezione moderna di “stato” ha cominciato a formarsi essenzialmente a partire dal ‘600 (grazie soprattutto al filosofo inlgese Thomas Hobbes) e si è affermata in particolare nel ‘700, grazie anche all’opera dei cosiddetti “Illuministi” (la Rivoluzione francese di fatto sarà un tentativo di destituire la vecchia e ormai obsoleta monarchia assoluta per realizzare finalmente una Repubblica democratica, che tenga conto dei nuovi assetti culturali e sociali, sebbene poi porterà alla nascita dell’impero di Napoleone). Essenzialmente, secondo Hobbes lo Stato nasce perché gli uomini, tutti egoisti e costantemente assetati di potere, nello stato di natura si rendono conto che il “bellum omnium contra omnes”, cioè la “guerra di tutti contro tutti”, porta sì da un lato all’affermazione del più forte sul più debole, ma dall’altro pone tutti in uno stato d’assedio permanente che, alle lunghe, non piace più a nessuno perché impedisce di godere dei beni accumulati ed espone tutti ad un rischio che non si vuole correre: la morte. Proprio per questo gli uomini decidono di limitare in parte la propria libertà in cambio di una maggiore sicurezza e stabilità: deponendo i loro istinti animaleschi che li portano a bramare tutto, a danno degli altri, essi creano uno Stato, rinunciando quindi al loro egoismo sfrenato e demandando a tale organismo “super partes” il controllo della comunità e la garanzia della loro sicurezza. La libertà di ogni cittadino, dunque, termina laddove inizia quella dell’altro, mentre invece allo stato di natura era sconfinata. In cambio dunque di questa limitazione della propria libertà e del riconoscimento, nello stato, di un organismo superiore, gli uomini si assicurano pace, sicurezza e giustizia, delegando proprio allo stato l’amministrazione di quest’ultima.

Veniamo dunque al punto (mi scuso per la frettolosa ricostruzione storica delle origini dello stato moderno, ma non è questo il quid dell’articolo e non voglio soffermarmici troppo): in che modo gli stati moderni amministrano la giustizia? La filosofia di fondo è proprio quella che si enunciava prima: nel momento in cui l’egoismo di un cittadino va ad intaccare l’egoismo dell’altro, il primo è colpevole e va punito mentre il secondo è danneggiato e va risarcito. Non tutti si rendono conto che, tale modo di concepire la giustizia, cela esso stesso, paradossalmente, un’ingiustizia di fondo.

Secondo tale concezione, infatti, ammazzare un cittadino, derubarlo, rapinarlo, truffarlo, ferirlo, violentarlo o anche solo offenderlo o minacciarlo costituisce un illecito che va perseguito. Apparentemente sembra una definizione giusta, ma in realtà questa non è definibile come giustizia, bensì come vendetta.

Ragioniamo, e portiamo avanti l’esempio dell’omicidio (ma il concetto è estendibile a qualsiasi altro tipo di reato per il quale sia prevista, per legge, una pena anche minima): perché alcuni uomini arrivano ad uccidere mentre invece altri trascorrono l’intera loro vita senza mai farlo, e magari inorridendo al solo pensiero di farlo? Per scelta personale? No, per costrizione.
Perché si ammazza? Per soldi, per vendetta, per onore, per incapacità di intendere e di volere (a causa di alcol o stupefacenti), per liberarsi di un oppressore, per ottenere potere o rispetto (è il caso della malavita organizzata in particolare, ma non solo), insomma: per tutta una serie di cause (il famoso “movente”). Eppure dovremmo chiederci: perché tizio arriva a commettere un omicidio mentre invece io e te, lettore, con ogni probabilità non abbiamo mai commesso un omicidio, né lo faremo mai, né ci sognamo di farlo? Semplicemente per questo motivo: abbiamo avuto la fortuna di non trovarci mai in una situazione tale da armarci la mano e da spingerci a commettere il delitto.

Io ho ricevuto un’istruzione ed un’educazione tali da consentirmi di vedere l’omicidio come un atto spregevole da evitare sempre e comunque, e la mia vita, fino ad ora, non mi ha mai posto in condizioni tali da essere costretto ad uccidere il prossimo; ma non è detto che tutti gli uomini abbiano avuto la mia stessa fortuna! Un giovane che decide di diventare mafioso, ad esempio, non lo fa certamente per libera scelta! Non è che un giorno si sveglia e, annoiato, decide di dare una svolta alla sua vita diventando mafioso e magari cerca sul web risorse su come “diventare mafiosi”; se lo diventa, è perché ci è costretto, è forzato a diventarlo dalle condizioni familiari, sociali, culturali ed economiche in cui nasce, cresce e vive. Io non sono nato in una famiglia di mafiosi, non ho mai avuto a che fare direttamente con certi ambienti e nemmeno qualcuno me ne ha fatto sentire, plagiandomi, il macabro fascino, e infatti non sono mai diventato mafioso e molto probabilmente mai lo diventerò, ma questa stessa sorte non è toccata a quel giovane che, invece, si è ritrovato in simili situazioni non di certo per sua scelta (ma per caso, o per destino, in ogni caso non per sua decisione).

Riflettiamo su un’altra situazione. Se si esclude qualche schiaffo a scopo “educativo” (ma si parla di eventi più unici che rari), come del resto capita un po’ a tutti i bambini, io posso dire di non aver mai subito violenze fisiche o sessuali da piccolo. Sono state condizioni sicuramente facilitanti affinché io non diventassi un pedofilo: è infatti risaputo che, la maggior parte dei pedofili, diventano tali perché essi stessi, da bambini, hanno subìto violenze e nessuno li ha aiutati non dico ad evitarle ma, almeno, a superarle psicologicamente, una volta subite. Ecco: questi uomini da piccoli subiscono violenza, poi magari interviene lo stato che punisce i colpevoli ma abbandona il bambino a sé stesso, senza prevedere un adeguato piano di recupero psicologico; quando poi questo bambino, da adulto, diventerà esso stesso un pedofilo per “vendicarsi” del male subito da piccolo, allora sarà a sua volta perseguito per legge e magari arrestato. Ecco l’ingiustizia! Quella persona ha avuto la sfortuna di subire violenze da bambino, poi è stato lasciato al suo destino e quando arriva egli stesso a commettere violenza, essendo inevitabilmente compromesso mentalmente, la società grida e pretende la forca e lo stato la accontenta, proprio lo stato che si era disinteressato del piccolo magari 20-30 anni prima.

E ancora: se un giovane non ha avuto un’adeguata istruzione ed educazione, egli sarà naturalmente votato al reato e magari sarà punito per questo; e se non ha ricevuto un’istruzione adeguata, la colpa è proprio dello stato, di quello stesso stato, però, che non esita a punire quella persona allorquando ella commetterà un illecito.

Ecco l’ingiustizia. Quella che i più chiamano giustizia in realtà non è altro che vendetta: si chiede allo stato di vendicarsi di un male subito. Di fatto i cittadini demandano allo stato il dovere non di fare giustizia, ma di fare vendetta.

In cosa dovrebbe consistere la giustizia? Nel porre tutti nelle condizioni di non delinquere. Tutti devono avere lo stesso grado di istruzione ed educazione, tutti devono avere una condizione economica tale da non doverli costringere a rubare per sopravvivere (e in realtà non è sufficiente che non ci siano poveri, ma non devono nemmeno esserci più ricchi e meno ricchi altrimenti i secondi, per invidia nei confronti dei primi, potrebbero essere comunque istigati a rubare e del resto l’invidia è un sentimento umano). Se un bambino subisce violenza, si deve avviare un serio e deciso programma di recupero per rimetterlo alla pari dei suoi coetanei che quella violenza non l’hanno subita, in modo tale che egli da adulto non avvertirà il bisogno di fare altrettanto.

E’ quindi questa la giustizia, quella vera, quella forse utopica. E’ un’utopia forse allo stato attuale delle cose, ma in realtà sarebbe realizzabile sotto certe condizioni che magari analizzeremo un’altra volta. Quello che è certo è che, nelle società moderne, gli uomini non hanno fatto altro che demandare il loro naturale diritto di vendicarsi ad organismi superiori, ossia lo stato e la magistratura. Si sono poi illusi chiamando tale vendetta “giustizia” e si sono accontentati di questo stato di cose, senza porsi il problema se questa fosse davvero definibile come giustizia o no.

Ci tengo a precisare che io stesso sono un tipo abbastanza vendicativo, in genere. Avverto un piacere particolare nel sapere che un pedofilo o un mafioso è stato arrestato e condannato, quindi non sono diverso dalla maggior parte degli altri uomini se non per un fatto: io sono consapevole del fatto che la mia sia sete di vendetta, e non di quella che molti chiamano “giustizia”.

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~ di thaumazein su 31/08/2010.

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